Il precetto festivo e l’imperativo ecumenico


Pubblicato il 26 ottobre 2018 nel blog:

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Sui blog tradizionalisti si possono leggere spesso ricostruzioni del tutto caricaturali della tradizione ecclesiale (qui). Nelle quali il “precetto festivo” diventa il centro di tutta la vita ecclesiale, secondo un uso del codice che sembra davvero improprio e quasi ridicolo.

E pensare che sono almeno 20 anni che i papi, da Dies Domini in poi, hanno detto apertamente che il rapporto con l’eucaristia e con la Chiesa non può mai cominciare dal precetto: la messa domenicale “prima ancora che come precetto, deve essere sentita come un’esigenza inscritta nella profondità dell’esistenza cristiana” (DD 81). L’eucaristia non è anzitutto “un dovere della domenica”, ma un atto d’amore, un’esigenza vitale, un desiderio da realizzare. Così, dare giudizi su belle iniziative che nelle diocesi italiane vedono avviarsi o confermarsi cammini  di comunione non solo interna alla Chiesa cattolica, ma anche nei confronti di chiese non cattoliche, con la preoccupazione dell’”assolvere il precetto” pare davvero una prospettiva meschina e senza respiro.

Ricapitoliamo i fatti:

a) Nella cattedrale di Pinerolo una domenica si terrà una celebrazione della parola insieme a cristiani valdesi, presieduta dal Vescovo e dal Pastore valdese, e in essa sarà prevista, alla fine, anche la distribuzione della comunione. Il Vescovo, che ne ha la facoltà, ha ritenuto che questa celebrazione “assolva il precetto domenicale”.

b) Nessuno viene impedito dalla libertà di assolvere il precetto altrove.

c) Va ricordato che la tradizione orientale ritiene che si assolva al precetto anche semplicemente partecipando al Vespro della domenica.

Ma ciò che colpisce, nella ricostruzione fantasiosa dell’articolo su nbq, è che non si dedica alcuno spazio al motivo di tale iniziativa della Diocesi di Pinerolo, ossia al percorso ecumenico di dialogo, di conoscenza, di riconoscimento e di comunione tra diverse confessioni. E’ evidente che, nella percezione della articolista di nbq, dotata di un’ottica esclusivamente catechistica e giuridica, tutto si risolve nella cerchia delle evidenze cattoliche. Ma da 50 anni, nella Chiesa, accanto ai precetti classici, ci sono anche gli “imperativi ecumenici”. Una buona esperienza, maturata a Pinerolo, da decenni, permette ai vescovi del luogo di comprendere bene come la esperienza di comunione cattolica possa conoscere un precetto, onorato in Cristo, con una liturgia della parola, cui far seguire la distribuzione della comunione.

Il cammino della Chiesa, se letto con una lente troppo unilaterale, se ridotto soltanto alle norme, interpretate senza sapienza e senza equilibrio, si trasforma in non senso o in una farsa. Ma questo è il prodotto di prospettive distorte e insincere. I bravi pastori fortunatamente offrono al cammino della Chiesa strade molto più ricche e promettenti. Che possono collocare anche di domenica dei momenti di comunione con altre tradizioni cristiane. E giustamente possono considerare questi momenti come “imperativi ecumenici” del cammino ecclesiale.

 

 

 

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16 Responses

  1. Matteo

    Gent.mo Prof. Dott. Grillo,
    ormai lo vado ripetendo da tempo e i fatti mi danno ragione: gli opposti, fatalmente, si toccano fino a combaciare.
    Ed è davvero sorprendente constatare che i più accesi fautori di una riforma liturgica pensata per una piena partecipazione comunitaria del corpo ecclesiale a quel rito che viene solitamente indicato come Messa, mentre si ostinano a deprecare ogni tradizione anteriore al 1970 che aveva annichilito la comunione comunitaria, oggi riescono persino a giustificare una comunione eucaristica extra missam non si sa riservata a chi, in vista del “soddisfacimento del precetto festivo”.
    Evito ulteriori commenti personali, considerato che i fatti ormai parlano da sé.
    Evidentemente non importa più nemmeno “che cosa sia” quel pane distribuito in una comunione a sé stante, fatta unicamente a scopo precettistico, tant’è che nel comunicato il “bravo Vescovo” ligio alla più consolidata dottrina e legislazione canonica si prodiga paternalmente a rammentare gli inevitabili obblighi tanto cari ai “bravi cristiani”.
    A ben guardare il punto è proprio questo: tra i feticisti di rubriche e precetti (che hanno snaturato la fede cristiano avvilendola su un piano meramente formale) e i dogmatici di un neoecumenismo di “segni dei tempi” fatto di segni svuotati (una comunione eextra missam senza nessun senso, nel segno del più becero tridentinismo) non c’è nessuna differenza. Aggiungo, per transitum, che non a caso il nostro amato Pontefice è uno dei sostenitori più convinti della scismatica FSSP: ma chi siamo noi per giudicare?
    Con estrema sincerità: abbiamo di nuovo svuotato la nostra fede, abbandonando ciò che è di più santo nella nostra Tradizione (il Sacrificio di Cristo in Croce, non una cena calvinista) in nome di segni svuotati di senso e investiti delle formalità di un nuovo ecclesialmente corretto, fatto di pianete in seta o di stole arcobaleno (si tratta sempre delle medesime cose).
    C’è qualcuno che si ricorda ancora di Tertulliano? Dominus noster Jesus Christus Veritatem se, non consuetudinem cognominavit. Forse qualche “bravo vescovo” e qualche “bravo teologo” farebbero bene a riflettere su queste semplici parole, più che su rubriche e imperativi, siano essi le indicazioni pastorali del CVII o i precetti del “Summorum Pontificum”.
    Con i migliori auguri.
    Matteo BenedettiCotone grigio Fendi farfetch amp; tote Lei Nude Neutrals APnqpB40w

    1. 27 ottobre 2018 at 11:29 · Reply

      Caro Matteo,
      Evidentemente lei non ha chiaro il centro della questione. Santificare il giorno del Signore non ha nessun rapporto con la comunione. Questo ci dice la tradizione. Era “assistere al sacrificio”, non comunicarsi, l’atto dovuto secondo tra tradizione tridentina. Pertanto la possibilità di assolvere il precetto anche mediante una liturgia della Parola, o un Vespro, è del tutto possibile dal momento che è risorta la coscienza ecclesiale, grazie al Concilio Vaticano II, secondo cui la “presenza di Cristo” nella Chiesa non è assorbita integralmente dalla “presenza eucaristica”, ma si dà anche dove la Chiesa prega e dove ascolta la parola. Per casi di necessità, o per scelte pastorali, dunque, precetto, messa e comunione possono assumere relazioni diverse dall’ordinario. La confusione, quindi, non è da addebitare ad uno sviluppo pastorale ed ecumenico legittimo, ma alle categorie inadeguate di osservatori che non si aprono al nuovo. La presenza di una “distribuzione della comunione” in occasione della liturgia della parola non ha niente a che fare con il precetto, ma piuttosto con la abitudine alla “comunione frequente”, che Pio X ha reintrodotto nella Chiesa e che prende, in occasione di una liturgia della Parola, inevitabilmente questa forma. Ma imparare a distinguere, e non fare accostamenti impropri, è ciò che distingue una pratica in armonia con la tradizione da posizioni visceralmente contrarie ad ogni mutamento.

      1. Antonello
        30 novembre 2018 at 15:28 · Reply
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        Mi perdoni prof Grillo, mi è chiaro che comunicarsi o meno non è il punto della questione, ma non comprendo a fondo il nesso tra “assistere al sacrificio” e il fatto che si possa assolvere il precetto anche assistendo ai soli vespri, grazie ad una ripresa della coscienza ecclesiale favorita dal CVII. Nei vespri non c’è sacrificio, quindi come possono i vespri soddisfare l’obbligo di precetto se il precetto è assistere al sacrificio? Anche nel caso in questione, mi pare che non ci sia stato “sacrificio”, ma solo distribuzione della comunione. E se comunicarsi o meno non è assolvere il precetto festivo, come Lei ha ribadito, ma solo assistere al sacrificio è soddisfacimento del precetto festivo, che senso ha una liturgia della Parola senza sacrificio, ma solo con la distribuzione della comunione?? Poi sul fatto che “laddove due siano uniti nel mio nome, etc.” vi sia presenza di Cristo, sono d’accordo, ma da qui a dire che si assolve il precetto pregando in due, il passo mi sembra un pò grosso. A che servono allora le Messe?? Mi rimane anche sfuggente il concetto di “imperativi ecumenici” che sembrano quasi prendere il posto del “precetto festivo” e fagocitare qualsiasi altra categoria. L’imperativo ecumenico è la massima ratio della Chiesa? Così sembra dal suo ragionamento.

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        1. La prospettiva che ho ricordato riguarda la tradizione orientale, per la quale il Vespro costituisce soddisfazione del precetto. Questo deve fare riflettere anche noi, da quando abbiamo riacquisito il valore di “rapporto con il mistero pasquale” di tutta la liturgia delle ore. Ed è proprio l’imperativo ecumenico a poterci aprire a queste nuove considerazioni

  2. Matteo

    Gent.mo dott. Grillo,
    la ringrazio per la risposta, che evidentemente non condivido.
    Stiamo solo snaturando la nostra fede, dono inestimabile di Dio, con “nuovi segni” che sono solo nuove forme di formalismo ecclesialmente corretto.
    Non sarò certamente io a fare crociate contro questi riti ecumenici, cui si assiste semplicemente, proprio come a un rito tridentino. Ma non voglio stare nemmeno zitto, mettendomi fette di prosciutto sugli occhi e fingendo di non vedere ciò che sta accadendo nella nostra “Chiesa sempre più in uscita” di senno.
    Cordiali saluti.

    1. 27 ottobre 2018 at 23:53 · Reply

      I riti ecumenici sono tali proprio perché tutti possono parteciparvi. E’ la partecipazione la loro cifra qualificante. Viceversa i riti tridentini, oggi, creano imbarazzo solo perché sono fatti perché vi partecipi solo il prete che li celebra, insieme a pochi e separati ministri. Non confonda le cose, ancora una volta. L’uscita di senno mi sembra, francamente, la sua

      1. Antonello
        30 novembre 2018 at 15:40 · Reply

        Non sono un promotore della liturgia tridentina, ma per curiosità ho assistito alcuen volte a tali ritu. Affermare che sono fatti solo per il sacerdote, ne converrà prof. Grillo, è francamente eccessivo. I fedeli ne sono comunque coinvolti, anche se per certi aspetti in misura minore rispetto all’attuale Ordo Missae. Daltronde è vero però che il Vetus Ordo può dare una sensazione maggiore di verticalità a differenza del Novus Ordo, che soprattutto per il proptagonismo di molti sacerdoti, resta spesso un rito ripiegato su se stesso dove il Cristo viene relegato in secondi piano a discapito dell’Assemblea. Nella mia personale riflessione (da profano) sulla questione liturgica, ad oggi sono giunto ad alcune conclusioni di cui sono abbastanza convinto: 1 il VO andava riformato, 2 il VO era un rito perfetto per l’epoca che lo ha codificato e per almeno i tre secoli successivi, 3 il NO non è una gran meraviglia, è a tratti carente e ambiguo e si poteva fare certamente molto meglio, 4 il VO, anche se andava superato, batte il NO nei reciproci rapporti tra riti e contesti storici 10 a 1. Insomma, per avere creato tutto questo “scompiglio” nella Chiesa, ci si sarebbe aspettati molto, ma molto di più dalla riforma liturgica.

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        1. 5 dicembre 2018 at 09:34 · Reply
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          Il testo di SC è chiaro e non permette di fare le affermazioni che lei allega alla fine del suo testo. Non ci sono dubbi che il percorso è accidentato, ma non ci sono parallelismi possibili tra VO e NO. In nuovo sostituisce il vecchio, gradualmente ma irreversibilmente. E arricchisce la Chiesa di una esperienza rinnovata.

          1. Antonello

            Il nuovo sostituisce il vecchio se il nuovo è un progresso, un ampliamento e/o un approfondimento del vecchio. Nel caso della riforma liturgica, francamente, mi riesce difficile vedere una profonda continuita. Io ho capito (o almeno credo) la messa NO solo dopo avere assistito al VO. E quello che ho capito è che il NO è un taglia e cuci con pezzi presi dal VO e altri pezzi più o meno estranei. Il VO ha ceramente dei limiti, ma il NO è gravemente carente.
            Su quello che poi dice SC e la realtiva attuazione nella Riforma Liturgica, mi pare che anche qui si possano rilevare discontinuità.

  3. Francesco Grisorio
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    27 ottobre 2018 at 23:27 · Reply

    Professore, ha ragione i tradizionalisti hanno criticato il Vescovo di Pinerolo con argomenti legulei o così li ha interpretati Lei. Dalle Sue parole il Vescovo è stato altrettanto formale: ha autorizzato e riconosciuto l’assolvimento del precetto domenicale partecipando alla celebrazione della Parola con i Cristiani Valdesi. Ciò detto tutto in regola.
    Domanda: Quanto vale il Sacrificio Eucaristico rispetto alla Parola di Dio? A mio modesto parere tutta la Parola di Dio, comprendendo Vecchio e Nuovo Testamento, vale di meno del Sacrificio della Croce e del Sacrificio Eucaristico. Le parole, anche quelle di Dio, valgono di meno delle azioni di Dio. Forse se tutti ci ricordassimo che i fatti valgono più delle parole, avremmo risolto anche il valore sostanziale del precetto, come di ogni legge.

    1. 27 ottobre 2018 at 23:50 · Reply

      Caro lettore, il suo ragionamento può dare del “formale” al Vescovo Derio solo se dimentica che è il Vescovo di Pinerolo, ossia di una diocesi al cui interno risiede la più grande comunità evangelica (valdese) d’Italia. Non è dunque formalismo, ma fedeltà ad una pastorale ecumenica che a Pinerolo ha decenni di esperienza. Ora, nel contesto di una condizione simile, a me pare che dedicare una o più domeniche a coltivare una comunione più intensa con i fratelli valdesi sia un “imperativo ecumenico” che può giustificare la decisione per cui il precetto è assolto da una liturgia della parola. Questo non toglie affatto che il sacrificio eucaristico sia il compimento della parola. Ma come la domenica, quelle famiglie che sono abituate ad avere “il precetto della carne” a tavola, possono ben consentire che in un caso, proprio di domenica, per seguire un figlio lontano, si possa “fare domenica” mangiando pane e ottimo formaggio, così la Chiesa cattolica, se ha a cuore la comunione plenaria, può trovare il senso eucaristico nella sola “mensa della parola”, senza perdere né la memoria, né il desiderio dell’eucaristia.

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  4. Matteo
    28 ottobre 2018 at 09:11 · Reply

    Se partecipazione è assistere a degli eventi che vengono solo caricati di significati sociologici, politici, ecologici, pseudo-ecclesiali etc, ma di fatto snaturano e svuotano i segni, il senso ed il significato della nostra fede cristiana, ci troviamo solo di frotnte a forme di neoritualismo, tanto in auge nella Chiesa d’oggi. Comunque rispetto la sua opinione “in uscita”.

  5. azzolino chiappini

    Caro Andrea,
    non aggiungo altre parole alle tue. Ma condivido totalmente impostazione e riflessione.
    Cordiali saluti.

    1. 30 ottobre 2018 at 21:32 · Reply
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      Caro Professore, grazie. Un saluto a Lugano

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  6. Victoria
    16 novembre 2018 at 02:37 · Reply

    Arrivo con notevole ritardo su questa interessante discussione, ma qualche parola vale la pena di dirla ugualmente.
    Andiamoci piano con l’assolvimento del “precetto festivo” che soprattutto prima del Vaticano II imponeva di andare a Messa nelle “feste comandate”, pena lo spauracchio dell’ inferno per chi magari, anziché andare in chiesa, andava a portare aiuto a chi ne aveva bisogno. Altro che precetto festivo assolto per timore di castighi eterni. Una fede obbligata, ovvero una non-fede.
    Alla celebrazione liturgica si partecipa quando si è convinti davvero che la sequela del Cristo significa seguirLo nell’Amore condividendone l’imperativo di amare il prossimo(qualunque “prossimo”) come sé stessi. Altrimenti non c’è Dio che tenga, e ogni culto rituale resta pura formalità.
    L’unico precetto VERO, il “comandamento nuovo” mostrato in pienezza da Gesù, è quello di fare COMUNIONE con i fratelli, di qualunque religione siano, in qualsiasi luogo siano, vedendo in loro, al di là dei segni esteriori cultuali, lo specchio di noi stessi, nella fragilità della nostra creaturalità umana.
    Dio si sente amato tramite l’amore concreto per tutti i suoi figli, fratelli di Gesù.
    Forse Tertulliano ed altri “grandi” del tempo passato non erano arrivati ancora a capire, e non c’è da meravigliarsene, che il “sacrificio” di Gesù non aveva quella tipicità doloristica per secoli esaltata dalla Chiesa cristiana.
    I tradizionalisti ci restano incollati non si sa bene per quale motivo: se per paura o per rigidità mentale.
    La morte di Gesù sulla Croce ha il senso di una fine ignominiosa conseguente ad un Amore assoluto per gli uomini, coltivato fino alle estreme conseguenze.
    Il focus di quell’ evento storico, cioè, è da vedersi nell’AMORE, non nel sangue versato. E la Comunione sacramentale all’interno della liturgia o anche fuori di essa ha pieno valore solo se intesa come sequela di Gesù in questo senso.
    Altrimenti resta un atto insignificante.
    La nostra fede non ne “viene snaturata”, anzi è proprio il contrario.
    Una fede cristiana ADULTA ha come punto di riferimento Colui che ha assunto carne umana per indicare agli uomini la Via della divinizzazione: non gli occhi e la mente rivolti ad una Entità astratta e misteriosa, ma la coscienza che il regno dei cieli, divino, si realizza creando in questo nostro mondo armonia, bellezza e giustizia con atti concreti di amore verso i nostri fratelli.
    Il volto di Dio lo si vede in Gesù ma anche in ogni altro uomo.Classico shoes neri Vibe Clarks Norwin amazon 203586127 BUqaY4

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    Antonello
    30 novembre 2018 at 15:47 · Reply

    E’ vero che tutti gli uomini sono figli di Dio e fratelli in Cristo, e che quindi in tutti gli uomini dobbiamo vedere un fratello, ma perchè questa fratellanza sia vera e piena bisogna che tutti gli uomini “rinascano dall’alto”. Pertanto affermare così su due piedi che dobbiamo vedere anche nei fedeli di altre religioni dei fratelli, è una conclusione frettolosa e imprecisa, perchè dobbiamo vedere in realtà dei “potenziali” fratelli (certamente non dobbiamo vedere mai degli avversari o dei nemici) chiamati a “rinasecere dall’alto” per diventare veramente ed effettivamente fratelli.

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